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ALL'OPERA DI GILBERTO CARPO HANNO DEDICATO SCRITTI CRITICI:
GIORGIO SEVESO, GIUSEPPE MARTUCCI, CARLO E.BUGATTI, FAEMMA BARTOLOMEI, GIULIO BEDONI,  GIOVANNI QUAGLINO, PIER PAOLO BETTI, VANNI OLIVA, MARCO ROSCI, ANTONIO OBERTI, ENZO DE PAOLI, ENZO FABIANI, BRUNO POZZATO, ROBERTO MORONI, GIULIO MARTINOLI, GIORGIO TOMMASO BAGNI, BRUNO COPPINI, GIUSEPPE DE ROSA, DONATO CONENNA, ANTONELLA IOZZO, MICHELE LUONGO, RICCARDO BALDELLI, GIORGIO FALOSSI,
ELEONORA D'AURIA, CARLA COLOMBO.

...Carpo dopo i suoi trascorsi di grande realismo muralistico, espressivo anche dall'oppressione della civiltà meccanica, non tanto "ripiegato" sul rapporto naturale - non è nella sua natura - quanto ha raffinato la sua analisi della realtà (e parallelamente la sua analisi dei valori pittorici e tonali in quanto tali)...


Marco Rosci

LA LIBERTA’ E L’IMPULSO DELLA NATURA
Dal suo studio di Omegna e da quello di Valstrona,oggi Carpo ci manda queste sue visioni di montagna, queste visioni tese ed accese di una natura trasfigurata ,deformata,tirata ai limiti della riconoscibilità e della verosimiglianza,nelle quali il dinamismo istintuale dell’immagine risponde quasi ad una forza tellurica,ad una energia primigenia che scaturisce dal seno stesso delle montagne e della natura.( Sono tele in cui viene alla superficie,in modi e misure diverse, una sorta di memoria o di durata singolare,approssimata, magari anche ambigua e laterale ma indubbiamente efficace) di un naturalismo lombardo che in qualche modo vada da Segantini fino a Morlotti. Un naturalismo così libero così sciolto e impulsivo da risuonare talvolta aspro, ruvido di superfici e di impasti,ma che si rinfresca,tra le sue mani dalla sensibilità concretista e geometrica, con guizzi e sprazzi di luci colorate, come piccole esplosioni del sentimento.
Così energici ed esaltati scoppi e folgorazioni gestuali,questi monti, queste colline,questi prati, queste malghe e rocce e ghiaioni e vallette d’ombra e d’erba, segni irritati e veloci di colore, da rendere perfettamente inutile e,direi anche inopportuno il vecchio gioco del riconoscere brano per brano,passaggio per passaggio, traccia per traccia, il bilico tra figurativo e non figurativo, tra immagine tirata dal vero verso su trasfigurazioni anche estreme oppure immagine pura,autonoma,intessuta delle vecchie e insieme sempre nuove seduzioni della pittura.
Del resto, che importa definire questo piano del suo lavoro? La natura e comunque presente,qui,ogni suo rigoglio lirico e sensuoso,in ogni suo fruscio di vento, in ogni suo incanto deduttivo,e davvero non è importante che tale presenza s’affermi per tramite d’una descrizione,sia pur dilatata,o solo grazie ad una forma di costante e diffusa allusività. Perchè qui la pittura,in tutti sui giochi e struggimenti e rigori,in tutte le sue sontuose fibrillazioni,è davvero attiva e istintiva fino in fondo.
E allora diciamo pure che è tra le ragioni dell’occhio e quelle del cuore che sono radicati questi passaggi energicamente atomizzati di Carpo. Panorami suggestivi, nei quali gli spessori cromatici della materia creano non tanto non tanto illusione quanto il parallelo della sensazione vedutistica, ed in cui i segni si fanno metafora costante e filtro poetico di un vero e proprio clima dell’anima, di un affetto commosso e scoperto, fragrante,persuasivo.


Giorgio Seveso

Gilberto Carpo, nato settantatré anni fa a Omegna, sul lago d’Orta, è artista attivo da oltre quattro decenni, fattosi conoscere attraverso numerosissime mostre in Italia e all’estero, premiato con diversi riconoscimenti, tra cui - ultimo in ordine di tempo - il conseguito titolo di Accademico residente presso l’Accademia Internazionale “Greci-Marino” (Accademia del Verbano - Lettere, Arti Scienze).
Formatosi nella tradizione della bottega, all’interno degli studi di pittori e scultori, Gilberto Carpo ha saputo negli anni evolversi verso una pittura personale, senza rinnegare la tradizione figurativa italiana, ma al contrario cogliendo e alimentando spunti di crescita sempre più ricchi e complessi.
Pur sempre, è giusto ribadirlo, mantenendo una coerenza formale e intellettuale con se stesso. E in tal senso perpetuandosi sempre artisticamente giovane e vivo.
Operativo e pienamente produttivo tutt’ora, così come lo era negli anni Sessanta. Nature morte, oggetti, figure (nudi molto spesso, resi con ineccepibile padronanza del mezzo pittorico) nel contesto di ambientazioni d’interno.
Tali sono i protagonisti, da sempre, dei dipinti di Carpo.
Il suo figurativismo, ben presente anche quando le divagazioni si fanno più fantasiose, soggiace a molteplici influssi. Certo quelli del realismo sempre presente, pur con innumerevoli varianti e accezioni, nella pittura italiana fino all’Ottocento.
Ancor più, quel ritorno all’ordine, avvenuto in più fasi, ma insopprimibile come un fiume carsico, proprio dell’arte italiana (e più vastamente europea, e in un certo qual modo mondiale) successiva alle avanguardie storiche; quindi tra le due guerre prima e, poi, nel secondo dopoguerra. Quel neo-figurativo (o neo-realismo che dir si voglia) che non può esimersi dal considerare la lezione cezanniana e poi quella picassiana, così come la metafisica dechirichiana e il surrealismo.
Carpo si nutre di tutto questo, e lo dimostra nell’impianto strutturale delle sue composizioni, nella particolare stesura del pigmento, a campiture nette e icastiche, nella scelta cromatica, con i toni accesi fortemente contrastati. Nella lieve deformazione, che non è mai fine a se stessa, nè offensiva all’integrità formale di quanto è rappresentato sulla tela.
Nella sua produzione convivono pertanto anche echi di primitivismo e una sintesi compositiva e delle figure sempre ricercata con attenzione calibrata. Ma in essa sono ben presenti anche le suggestioni proprie di un animo romantico, che la classicità la rinnova in modo sempre attuale, dandole un senso che si aggiorna pur non rinnegandosi.
In alcune realizzazioni pare di rivedere le grandi opere di Renato Guttuso. Ma con un tocco di originalità innegabile.


Andrea Coppini

Mi ostino a pensare che Gilberto Carpo, pittore piemontese molto attento agli eventi e agli umori del proprio tempo, sia un artista appartenente al filone storico del Realismo; quel Realismo che sfocerà, nel secondo dopo-guerra, in quella grande corrente artistica contemporanea nota come Neo-reralismo, significativamente presente non solo in pittura ma nel cinema e nella letteratura. Il suo percorso non si presta a equivoci: è chiaro, trasparente, inconfondibile, ancorché personalizzato dall’acuto senso storicistico e dalla golosità immaginativa con cui guarda alle cose concrete, ai fatti, alle immagini che nelle sue tele diventano poesia. Come Morlotti, anche Carpo pensa che la realtà nell’arte, non sia il reale, “ma la cosciente emozione del reale divenuta organismo”. Ciò che lo interessa non sono l’albero nel paesaggio o la casupola immersa nella natura, “ma il senso panico di cui sente invaso il paesaggio e la risonanza interiore di quella natura”.
È un percorso, quello del Realismo - mi si conceda questa digressione un po’ presuntuosa -, che muove dal XII sec. con Giotto, transita attraverso il XVII sec. con il Caravaggio e Rembrand, per giungere, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, a Gustave Courbet prima e a Vincent van Gogh poi, sino ad approdare alle esperienze “impegnate” di Corrente negli anni ‘30 e ‘40 del XX sec., durante il ventennio, e del Fronte Nuovo delle Arti nel periodo della ricostruzione postbellica, il cui leader indiscusso, in Italia, sarà Renato Guttuso. Ciò che affascina e conquista Gilberto Carpo, io credo, è l’adesione piena (e critica) alla realtà, alla vita, alla centralità dell’uomo propria dei protagonisti di questo straordinario filone artistico. E in ciò rivela qualità d’artista evidenti quali la sensibilità, la lungimiranza, le sincerità, la cultura.
Non si può essere realisti in arte, egli pensa, se non si guarda alla storia, all’uomo, alla società e se non si è disposti a vivere quel “senso antico e nuovo della semplicità dell’uomo che ne dia - per dirla con Mario de Micheli - la dimensione spirituale nella sua profonda essenzialità”. Questa è la lezione che Gilberto ha saputo tesaurizzare nel corso della sua esperienza: narrare cioè la vita, dare un senso alle cose. Il segreto degli artisti neo-realisti - aggiungerà Persico - “è quello di narrare le pene e le speranze del popolo”: la vita com’è prima di tutto, e insieme come vorremmo che fosse. Mi sono permesso questa lunga digressione farcita di citazioni per ricordare due cose: intanto, che il Realismo ha assunto nel tempo significati culturali e artistici diversi, ma sempre uniti da un comune impegno: la ricerca della verità nella storia e non tra le nuvole; nel XX sec. si parlerà, infatti, di realismo naturalista, magico, primitivo, simbolico, socialista, ideologico, espressionista; e poi per sottolineare come dalla sua costola siano nati il Surrealismo, l’Iperrealismo, la Popart e tanti altri ismi concettuali del ‘900.
In questo ambito diventano comprensibili i richiami di Gilberto Carpo al linguaggio poetico proprio del Neo-realismo contemporaneo e dunque ad artisti come Guttuso, per il suo “picassismo” formale (sono da ricordare Il panno verde, La sedia verde e altri dipinti più recenti dell’artista verbano); come anche Morlotti, per alcune vedute “sperimentali” come il Paesaggio e le sue montagne; a Cèzanne, a Morandi e a Matisse, per i loro studi sulla natura morta e il rapporto forma-colore (si vedano Montagna verde, Sedia Verde, Trittico), ma anche, se non soprattutto, per i loro interni dalle cui finestre ci sì può affacciare incantati sul mondo. Per Carpo la scelta neo-realista non preclude aperture alla spiritualità, alla magia, alla favola. Non si nutre esclusivamente di materialismo più o meno storico o dialettico. Al contrario. Egli ci narra infatti quella realtà che s’appella allo spirito, all’interiorità e persino alla favola, persuaso che fiaba e realtà non solo non sono incompatibili, ma, nascendo una dall’altra, si integrano a vicenda.


Bruno Pozzato

«Sono sempre stato soggetto a continui e repentini cambiamenti: un modo per sentirmi vivo, per non cadere nel pericolo di divenire mestierante di me stesso... ».
Con queste parole, contenute in una sua recente dichiarazione poetica, Gilberto Carpo bene sintetizza la qualità prima della propria carriera artistica, che è quella di una costante e faticosa ricerca di modi, di tecniche e di contenuti. Si tratta in primo luogo di una lodevolissima forma di onestà e dignità intellettuale, la quale gli ha sempre consentito di evitare la ripetitività e l’appiattimento. Un artista non può essere sempre uguale a se stesso, infatti, perché il tempo sempre cambia l’uomo e perché l’arte è fatta di successi e anche di fallimenti. Quando un periodo si esaurisce, è bene non insistere, pur nella consapevolezza che il nuovo magari tarderà a venire, che magari non verrà affatto subito e che bisognerà ricominciare tutto daccapo. Una tale coerenza di intenti ha sempre caratterizzato la pittura di Carpo nei suoi diversi momenti e periodi, in cui esperienze diverse si sono via via accumulate e spesso addirittura si sono annullate tra loro, nella difficile ricerca dì una sintesi che gli consentisse di andare avanti, di andare al di là comunque, sempre arrischiando, tra alti e bassi. Dopo l’esperienza guatemalteca, da lui vissuta con l’intensità e l’umiltà dello scopritore di un nuovo mondo, fatto non solo di paesaggi, di forme e di colori, ma anche di persone che dentro quel mondo vivono, soffrono e lottano per la propria sopravvivenza ed emancipazione politica, Carpo è entrato in una nuova fase artistica, che si caratterizza da un lato, in un certo senso, per una sorta di ritorno ai suoi primordi, alla pittura politicamente impegnata e di protesta, fatta di segni netti e violenti, dall’altro per il rinnovamento dell’impianto coloristico, che dalla natura di quei luoghi ha ricevuto una specie di accensione, o d’illuminazione fantastica, che si riverbera anche nei generi cosiddetti tradizionali dell’espressione pittorica, quali la natura morta, il ritratto, la figura e il nudo paesaggio. Si tratta, per l’artista, di una sintesi con il passato, dunque, e del ritrovamento della propria memoria artistica, ma anche di una felice proiezione verso il futuro, nella scoperta di nuove vibrazioni possibili pur all’interno di una sua poetica ormai ben definita.


Giulio Martinoli

 

     

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